SWPA 2015: vince l'attualità, ma come sempre la presenza italiana è di peso

SWPA 2015: vince l'attualità, ma come sempre la presenza italiana è di peso

di Roberto Colombo , pubblicato il

“Sono ben 183.737 le immagini che sono state inviate dai fotografi, da 177 paesi del mondo. Si tratta di un concorso dallo sguardo internazionale, che rispetto a eventi come il World Press Photo riesce anche a dare uno sguardo maggiormente d'insieme al panorama fotografico mondiale. Pur non arrivando alla vittoria finale gli italiani hanno ben figurato”

A John Moore l'Iris D'Or 2015


ohn Moore / Getty Images, US, Winner, Current Affairs, Professional Competition, 2015 Sony World Photography Awards

L'epidemia di ebola che ha colpito i paesi dell'Africa Occidentale è stato un argomento che ha ricevuto una fitta copertura mediatica, conquistando le prime pagine di giornali e siti per diverso tempo. Sono stati molti i fotografi che hanno avuto il compito dei soddisfare la sete di immagini dei media, lavorando sul campo in condizioni certamente molto difficili. I premi Pulitzer hanno premiato nella categoria Feature Photography un fotografo per il suo lavoro per documentare l'epidemia e il World Press Photo ha scelto un lavoro sullo stesso tema per la categoria General News Stories. Anche i Sony World Photography Awards 2015 sono andati nella stessa direzione, assegnando l'Iris D'Or al fotografo statunitense John Moore. Residente a New York, John Moore è un fotografo che si è già distinto per aver lavorato in teatri difficili, quali il Pakistan, ricevendo importanti riconoscimenti come la vittoria di categoria al World Press Photo.


John Moore durante la conferenza stampa dopo la premiazione

Il lavoro di Moore è stato costruito in due soggiorni di due settimane ciascuno a Monrovia, capitale della Liberia, uno dei paesi più colpiti e messi in ginocchio dall'epidemia di virus ebola. Moore si è dovuto muovere utilizzando i dispositivi di protezione personale previsti per questo tipo di emergenze e quindi ha scattato praticamente sempre dietro lo scafandro di gomma che nei giorni di picco dell'epidemia tutti hanno imparato a conoscere tramite le immagini dei media. Durante la conferenza stampa dopo la premiazione è stato chiesto a Moore se abbia mai avuto paura durante il suo lavoro in un ambiente così delicato e pericoloso: il fotografo ha dichiarato di aver sempre fatto in modo di lavorare nel modo più sicuro possibile, anche se ci sono stati momenti, uno in particolare, in cui la paura si è fatta sentire. La volta ad esempio quando, concentrato con l'occhio in macchina per riprendere uno dei soccorritori prendere in braccio un bambino e portarlo fuori da una casa, non si è accorto di aver calpestato del materiale contaminato. "Ho lavato gli stivali due volte e quando sono arrivato in camera li ho lasciati in acqua e candeggina per più di dieci minuti" - ha raccontato il fotografo, senza nascondere l'inquietudine che lo ha attraversato in quegli istanti.

La parte più difficile del lavoro è stata toccare in prima persona il dolore della gente di fronte alla malattia e ai cari morti, dialaniati da un nemico invisibile che li consumava da dentro. La giuria dei Sony World Photography Awards è rimasta colpita dal modo in cui John Moore è stato in grado di raccontare la situazione, senza edulcorarla (alcuni scatti hanno l'effetto del classico pugno nello stomato), ma anche senza sconfinare nel macabro o nel voyeurismo. Dalle parole del fotografo è emerso il profondo lavoro di riflessione di fronte alla situazione con l'eterno dilemma 'Scatto o non scatto': la grandezza del lavoro di Moore sta proprio nell'aver riconosciuto e mai superato il confine della dignità umana. Dal suo racconto e dalle immagini stesse traspare una grande sensibilità e una profonda empatia coi soggetti fotografati. Inoltre il lavoro è davvero ineccepibile dal punto di vista fotografico, con composizioni dal grande potere narrativo. Giudizio unanime dei presenti è che la giuria abbia fatto la scelta giusta nel premiare John Moore come fotografo dell'anno con l'Iris D'Or.

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